LE ORIGINI DEL NOME
Il nome Canistro deriva, secondo alcuni storici, da quello dei recipienti di vimini che venivano confezionati sul luogo non solo per uso agricolo, ma, curati da più abili mani , erano utilizzati per abbellimento e quindi venduti dagli artigiani nei paesi confinanti. Nei lavori di confezionamento venivano utilizzati anche i fanciulli. Secondo Enrico Abate (guida turistica d'Abruzzo) sul posto si confezionavano anche spalliere, sedie ed altri lavori di legno di faggio ed acero, essendo il comune ricco di boschi.
Fuori l'abitato del paese si trovava la chiesa di San Vito, protettore dai morsi del cane. Intorno alla chiesa si radunavano tanti cani. Lo stemma araldico del paese conferma questa versione: su un albero è appoggiato un cane che sembra abbaiare alla luna, in basso ed a destra è disegnato un canestro.
Il nome del paese compare per la prima volta nel catalogo dei Baroni nel 1173, catalogo voluto da Guglielmo II, re dei Normanni. Lo storico abruzzese Antonio Ludovico Antinori nel suo libro "Corografia storica degli Abruzzi e dei paesi circonvicini" riferisce che Crescenzo di Capistrello pretese un soldato a cavallo per difendere il territorio di Canistro e per poi spedirlo, eventualmente, a combattere in Terra Santa.
Sulla porta della chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista fu posta una lapide che rimonta al 1003 ed ha una pecorella artisticamente scolpita , si ignora il nome dell'autore.
E sempre a proposito di Canistro il prof. Angelo Melchiorre scrive: " Oltre alle solite citazioni nel catalogo dei Baroni( sec. XII) e in alcuni elenchi dei feudi di epoca angioina ( sec. XIII), l'espressione "in castro Canistri" appare in numerosi documenti d'origine ecclesiastica dal Trecento in poi ( a proposito delle chiese di Santa Croce e di San Vito)."
Il paese dal 1318 fece parte delle terre appartenenti ai conti e successivamente ai duchi di Tagliacozzo, della famiglia degli Orsini e dei Colonna. Gli abitanti si dedicarono all'agricoltura ed al commercio in quanto la terra non soddisfaceva tutti i bisogni della popolazione. Fu proprio il binomio campagna e commercio, secondo lo scrittore Muzio Febonio ,che fece fronte alla crisi economica tanto che gli abitanti si avventurarono per monti e valli per vendere canestri, polli e uova a Roma e dintorni.
Il prof. Luigi Piccioni, in Marsica Vicereale che prende in considerazione il periodo dal 1580 al 1660, mette in evidenza, a pag. 113, gli scambi commerciali trattati nelle fiere, a questo punto è opportuno riportare un passo interessante per meglio comprendere la società di allora nella Marsica….: conoscere da vicino provenienza, qualità e quantità delle merci trattate nelle fiere e in particolare del grano e degli altri cereali, della frutta secca, degli animali vivi, dei prodotti della tessitura, del formaggio e degli attrezzi da lavoro,…come commerciano elementarmente con Avezzano e Tagliacozzo( Albe); fanno grano, legumi, vini col cui soprannumero commerciano fuori, come pure coi latticini degli armenti (Canistro); commerciano transumando tra Puglia e Abruzzo, soprattutto in pelli e cuoiame che poi vendono in Arpino e Terra di Lavoro (Capistrello); vendono latticini a Cappadocia, Tagliacozzo, L'Aquila e nello Stato Romano; il più lo vendono a Pagliare, Cappadocia e Capistrello ( Castellafiume); commerciano con Avezzano, Forme e Antrosano, dove comprano olio (Castelnuovo); commercio del grano, che comprano a Penne e rivendono ad Avezzano ( Cerchio); le donne tessono i panni e lino che smerciano d'intorno (Gioia)" .
Il vecchio nucleo abitato medioevale era tutto raccolto intorno al castello nella parte più alta di Canistro , le mura proteggevano gli abitanti da eventuali incursioni nemiche prima e dopo il Rinascimento.
Si poteva accedere al nucleo abitativo attraverso una sola porta ad arco a tutto sesto. La sera veniva chiusa, prima di chiuderla si avvisava la popolazione, con un corno, perché tutti fossero dentro il castello turrito.
Nella sommità del paese vi era una torre recintata che segnalava anticipatamente eventuali pericoli di invasione o devastazione da parte di nemici, per dare l'allarme così la popolazione poteva mettersi tempestivamente in salvo. All'interno del centro storico si trova tuttora il palazzo dei notabili Vecchiarelli, una costruzione sorta agli inizi del settecento per volontà della famiglia più nota nel territorio.
L'Abruzzo Ulteriore Secondo comprendeva la Marsica con la Valle Roveto fino ai confini con la provincia della terra di Campagna ( Terra del Lavoro),oggi in provincia di Frosinone.
Gli abitanti di Canistro non erano solo attivi nei lavori della terra, erano abili commercianti che si spingevano oltre i confini dello Stato Pontificio; i mesi invernali li trascorrevano nella campagna romana, a primavera inoltrata risalivano le valli per accudire ai lavori campestri.
I CONFINI
La Marsica confina a nord con il territorio aquilano, da cui è separata dal monte Velino, dal Sirente e dagli altipiani di Ovindoli, Rocca di Mezzo e di Rocca di Cambio. E' divisa da un parte dal Parco Nazionale d'Abruzzo e dai monti Simbruini, ricadenti nella regione Lazio. A mezzogiorno è confinante con l'alta valle del fiume Liri , con la Valle Roveto, la catena dei monti Ernici e la vetta del monte Cornacchia, terre che sfociano nella fertile terra di Sora.
Secondo l'importanza dei possedimenti e del loro reale valore politico tutto il territorio marsicano fu diviso in contee, ducati e baronie come è riportato qui di seguito: le circoscrizioni feudali marsicane e rovetane erano così composte: baronia di Carsoli ( Carsoli, Colli, Pereto, Rocca di Botte); baronia del Corvaro( Corvaro ); baronia di Magliano dei Marsi ( Magliano, Marano, Rosciolo); baronia della Scurcola ( Cese, Corcumello, Poggio Filippo, Scurcola); baronia della Valle Roveto ( Avezzano, Canistro, Capistrello, Civita D'Antino, Civitella Roveto, Luco dei Marsi, Meta, Morino, Paterno, Pescocanale, Rendinara, Rocca dei Vivi, Trasacco); contea di Albe ( Albe e Cappelle); ducato di Tagliacpzzo (Cappadocia, Castel di Fiume, Castelvecchio, Intremonti, Pagliara, Petrella, Rocca di Cerro, Sante Marie, Santo Stefano, Scanzano, Tagliacozzo e Verrecchie).
Fabrizio Colonna era divenuto padrone dei domini abruzzesi e marsicani per investitura di Ferdinando il Cattolico nel 1497 come premio per la sua fedeltà nella vittoriosa lotta contro gli Angioini per il controllo del Regno di Napoli.
Nei libri contabili (bastardelli) si ricava la località di provenienza degli acquirenti del pesce venduto ai commercianti nelle "stanghe". I mercanti provenivano da contrade lontane dal Fucino come il territorio del Cicolano, di Tagliacozzo, San Demetrio né Vestini, L'Aquila, Filettino, Tivoli, Roma, oltre naturalmente dai paesi confinanti con il lago Fucino.
Scrive Sergio Romano nel volume "La risorsa che non c'è più- Il lago del Fucino…" Alquanto attivi erano anche i compratori che giungevano da Capistrello e Pescocanale, con i primi che scesero sotto le mille decine acquistate soltanto nel 1656 ed i secondi solo nel 1685, ma anche quelli di Canistro, sebbene sopra la quota delle mille decine unicamente nel 1685."
Nelle tabelle del 1656, 1664,1674 e 1685 ricavate dai documenti della amministrazione della famiglia Colonna si evidenzia l'attiva partecipazione degli acquirenti del pesce di Canistro, Capistrello, Pescocanale, Meta, Petrella Liri, Cappadocia, tanto per restare nel versante della Valle Roveto. I mercati preferiti dai negozianti erano anche quelli che si trovavano a Roma nei pressi del Pantheon.
Alcune signorie abruzzesi erano state confiscate alla famiglia degli Orsini ed erano passate sotto la giurisdizione, ancora fino a tutto il trecento, della contea di Albe e Tagliacozzo. Ormai i nuovi padroni del territorio erano i Colonna che si accingevano a proteggere la frontiera abruzzese- laziale. Per evitare continui litigi per la determinazione dei confini, nel 1840, fu firmato un accordo tra la Santa Sede ed il Regno delle Due Sicilie per la rettifica degli stessi d'intesa da ambo le parti.
I nuovi confini favorirono lo Stato Pontificio, le perdite di territorio dello Stato Napoletano furono compensate con il discarico della contribuzione fondiaria da parte della Intendenza dell'Aquila. I nuovi confini furono stabiliti con decreto di Ferdinando II il 7 agosto del 1852. Non fu facile convincere i valligiani a cedere una certa quantità di bosco alla Chiesa, non fu facile accettare i nuovi confini. Con la nuova linea di confine venivano ceduti i boschi di Canistro, Civitella Roveto e Meta, "sito tra la Valle Arenara e cima della Volubrella, al comune di Filettino…" Per evitare altre liti nel territorio ceduto furono sciolti dai loro doveri di sudditi; da quel decreto, 1852, passarono sotto le insegne papaline.
La rettifica dei confini avvenne con cippi portanti le insegne del Giglio e delle Chiavi Papali, oggi ancora visibili sui nostri monti.